Vieni, andiamo a Cairobi

Erano i Vadoinmessico, ora sono i Cairobi

Ti ricordi Damien, il francese dell’etichetta Catapulte e dei Guess What? Qualche mese fa è andato in Iran in macchina, lui e una sua amica. Dice che è stata un’esperienza surreale, che è il posto più bello del mondo, un segreto tutto da scoprire che i media occidentali non rivelano. Ha detto che sono stati accolti in una maniera pazzesca: la gente urlava loro welcome! per strada, guardandoli come alieni piombati lì da chissà dove. Mi sembra che la tendenza sia distruggere quella parte del mondo a livello culturale e mentale; per ora invece resiste una certa genuinità. Sarà che non faccio un viaggio da secoli, ma mi ha fatto venire voglia di andarci”.

Chi parla è Giorgio Poti, cantante, chitarrista e compositore dei Cairobi, una volta meglio conosciuti come Vadoinmessico. E’ curioso che il perno di una formazione che porta con sé riferimenti geografici e ha per natura una composizione internazionalista non si faccia un giro nel mondo da qualche tempo, ma d’altronde c’è stato molto da fare in questo periodo. Il primo disco dei Vadoinmessico (“Archaeology Of The Future”, uscito nel 2012) ha avuto fortuna soprattutto in Italia dove la band è tornata più volte in tour, ma non in Inghilterra: “il manager si è intascato i soldi e il disco non è nemmeno uscito”. La band ha così iniziato a interrogarsi sull’eventualità di raggiungere il pubblico anglofono facendo a meno del proprio nome, ispirato da un bizzarro autista di autobus romani che sul led del proprio mezzo aveva esplicitato la sua voglia di togliersi dai coglioni: vado in Messico! “Un’identità nazionale devi per forza averla: se cantassimo in italiano per noi l’Italia sarebbe tutto, ma alla fine casa per noi è Londra. Non è che il Messico non ci sia piaciuto (ride, NdR): vivendo all’estero ogni volta che ci chiedevamo come ci chiamassimo era un casino, hai voglia a fare lo spelling…”  

Giorgio Poti
If you let me do my thing, I will let you too

E’ bastato addormentarsi e seguire il metodo del regista Federico Fellini per capire dove il viaggio li avrebbe portati poi dopo. “Ho sognato che stavamo suonando, a fine pezzo mi sono avvicinato al microfono e ho detto <<thank you very much, we are Cairobi>>. C’era il rischio di correre l’effetto atlante, con tutti questi luoghi, ma il giorno dopo ho pensato: regà, forse è un segno”. Cairobi è in effetti molto più spellable di Vadoinmessico, ed è una sorta di crasi fra Cairo in Egitto e Nairobi in Kenya. Posti caldi e a loro modo tropicali che sono la ripartenza di questo gruppo che inizia come una barzelletta – c’erano due italiani, un austriaco, un messicano e un francese – ma che in realtà si muove talentuosamente fra influenze bianche e africane, fra ritmi dispari e la nuova psichedelia pop degli Animal Collective. Musica folk per un popolo che non esiste, così una volta aveva definito il proprio suono Giorgio; musica che in “Distant Fire”, il primo EP sotto il nuovo nome, diviene più astratta, più mentale, più pittorica. “Mi sono avvicinato a melodie più lunghe, che dunque hanno bisogno di più ascolti per essere ricordate, al contrario di quelle melodie brevi che sono invece più catchy. Ritmicamente e a livello di suoni ci siamo evoluti parecchio, c’è tanta roba dentro. Prendi per esempio ‘Please’, il pezzo che mi piace di più dell’EP: non inizia e non finisce, praticamente non è una canzone, e io canto soltanto ‘I please myself in the morning”. In effetti trattarsi bene la mattina, volersi bene a giornata appena iniziata grazie ad un bacio della tua donna che accompagna il profumo del caffè che sale, restituisce in qualche maniera l’idea di qualcosa di italiano, una declinazione casalinga della dolce vita. Ma non c’è modo di trascinare Giorgio dentro gli inferi del cantautorato, l’idea dei Cairobi è speculare rispetto alla scuola lirica di questo paese a forma di scarpa: “I testi per me sono abbastanza astratti. Non mi dico mai: mo’ scrivo un pezzo su sta cosa, voglio che il testo suoni in un certo modo. Spesso butto giù parole che non esistono, inventandomele, poi cerco invece parole che suonino simili. Però poi alla fine arrivo sempre a parlare di qualche cosa che quantomeno mi interessa o riguarda”.

Giorgio, Stephen, Alessandro, Aurelien, Salvador

Giorgio, classe 1986, è cresciuto a Roma sebbene sia nato a Novara, per puro caso, per via degli impegni di lavoro del padre. A vent’anni si è spostato a Londra, dove è residente, sebbene da due anni ormai viva a Berlino. A Berlino si è spostato anche Stephen, il loro chitarrista austriaco. E’ grazie al gestore di The Bellshop – un piccolo negozio di strumenti importati dal medioriente – che hanno conosciuto Aurelien, il loro nuovo batterista, che è francese ma già domiciliato nella capitale tedesca. A Londra invece sta ancora Salvador, il tastierista messicano, mentre Alessandro, l’altro romano del gruppo, ha appena lasciato la capitale inglese per tornare a casa.

“E’ un po’ un casino. Proviamo perlopiù a Berlino, ma quando abbiamo concerti in Inghilterra ci facciamo un paio di giorni di prove là. Qui ho preso uno studio a Lichtenberg, nel cuore della Germania Est, accanto al palazzo della Stasi. E’ super dark, tutto palazzoni e stradoni. Io invece abito in centro. Per me lo studio è come l’ufficio, vengo qui ogni giorno, anche perchè non ho internet a casa”. Ma se vi aspettate la classica storia che ad un certo punto vira sulla nightlife della capitale tedesca, be’ Giorgio non è esattamente tipo da Berlin Calling: “Berlino è un posto meraviglioso dove vivere, costa poco e si sta bene. Se cerchi la techno, è la morte sua, ma io non sono tanto tipo da Berghain. Sono venuto qui per per scrivere, e qui riesco a farlo bene. Mi mancano ovviamente molte cose: per esempio non c’è molta musica suonata, non ho visto neanche un concerto figo. La scena sta a Londra, città che comunque continuo a frequentare; fai conto che una settimana al mese sono là. Prendo tutto quello di figo che c’è e poi torno a Berlino a fare le cose con calma.”

E a Berlino a quanto pare il ragazzo ha scritto molto. “Distant Fire” – titolo che fa riferimento al sole, visto come un fuoco lontano – è solo l’inizio di un nuovo viaggio che li porterà chissà dove. “L’idea di questo EP era di uscire con un nome nuovo e ripartire da zero. Non stiamo pianificando un tour vero e proprio, faremo un po’ di festival inglesi come The Great Escape, Live At Leeds, Dot to Dot. Poi l’album, che è praticamente già pronto”.  Perché in fondo Roma, Londra, Berlino, il Messico e Cairobi sono solo dettagli, nomi, luoghi, tappe di un viaggio più ampio che ha a che fare con una geografia musicale ispirata dalla profondità caleidoscopica del sogno, una sensibilità in movimento, grata dell’opportunità ricevuta. Inventare rotte nuove che portano a posti assurdi in cui fare festa assieme.

Ascolta “Distant Fire”, uscito su Week of Wonders il 24 febbraio 2015

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