Ciao Andrea, amico mio

Napoli, Città del Vaticano, Mostar e Tripoli. Sono queste le quattro città che danno il titolo alle quattro tracce di “Sud Europa”, l’ultima produzione discografica di Andrea Gabriele, musicista, compositore e sound designer. Amico mio. C’è il sapore del Mediterraneo, la vibrazione calda delle onde sul bagnasciuga, la corsa romantica delle bollicine di ossigeno verso la superficie del mare. E’ un disco di una calma quasi estatica, il cui galleggiare nello spazio assomiglia al fluttuare nella placenta del pancione di una mamma. Sarà l’incedere del dub, che assomiglia al battito del cuore, o il sussurro di scirocco di strumenti come sirtaki o mandolino; c’è persino la fisarmonica dentro, pensa tu. Ho sempre amato i dischi con riferimenti geografici e l’idea di un orgoglio sud europeo, dunque italiano, è un’idea così semplice da essere rivoluzionaria, qualcosa che merita una sua formalizzazione stilistica. Andrea credeva molto in questo disco (come in tutti i suoi dischi): dopo un lungo periodo passato a lavorare per altri, brand e case di moda su tutti, aveva fatto tabula rasa e si era concentrato solo su ciò che amava fare. “Ho tante idee e poco tempo”, m’aveva risposto alla domanda come stai? qualche settimana fa, “devo tagliare un po’ di cazzate e fare quello che mi piace. E sopravvivere”.

Sopravvivere. Pensavo scherzasse, come faceva sempre. Durante una conversazione a tre su Facebook, Fabrizio Mammarella (dj e producer che con lui condivideva il progetto disco Clap Rules assieme al caro Max Leggieri) gli scrisse “metti la testa a posto”. Ridevamo, era gennaio. Poche settimane dopo, mentre lo accompagnavo al Centro Neurologico Besta di Milano, dopo una colazione in via Lagrange che aveva voluto offrire lui, scherzai dicendogli “diventerai più intelligente”. Invece no, quella fistola al cervello era era più grave di quanto lui facesse apparire; o forse, da lontano, senza frequentarlo tutti i giorni, così mi rassicurava credere. L’ultimo Whatsapp è del 22 aprile, mi comunicava la decisione di operarsi dopo aver analizzato i risultati dell’angiografia: “Mi sono messo in lista d’attesa e nel frattempo mi caco sotto”. Allegava foto grandangolare di lui con i piedi nudi infilati nella sabbia. Aveva capito, aveva paura. Ma perlomeno poteva ancora giocare con l’alluce e le conchiglie.

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Ti sto guardando (© Andrea Di Cesare)

Giovedi scorso ho ricevuto un messaggio: “Ciao Carlo, ti devo dare una notizia poco bella”. Non c’è voluto molto per fare 2+2, Andrea (Di Cesare) – colui che mi stava raccontando l’evolversi della faccenda – me l’aveva presentato proprio Andrea (Gabriele). Una delle tante “belle persone”, come amava definirle, di cui si circondava e che diffondeva in giro nel suo network come si fa con il migliore dei virus. Tutti con il sorriso sulle labbra e un profondo amore per la cosa artistica. Per me Pescara era diventata una sorta di buen ritiro nei tumultuosi anni della tv proprio grazie a queste “belle persone”, che mi invitavano a suonare all’Ecoteca sebbene fossi sempre stato il più scarso fra tutti i dj mai esibitisi là dentro, con cui passavo le giornate all’Indierocket, che mi portavano in locali chiusi vicino alla spiaggia a bere e ballare fino alla mattina, che preparavano il letto e la pasta per la mia band Wemen quando Andrea ci produsse due brani che gli erano particolarmente piaciuti nel suo studio preferito, l’Ultrasonic. In quei giorni dormimmo nella sua casa d’infanzia, a Città Sant’Angelo, dove tutto era rimasto fermo ai giorni dell’adolescenza; i libri negli scaffali, la cenere sul tetto da cui dominava questo gioiello urbanistico bianco. E’ lì che Andrea aveva allestito il suo studio nell’ultimo periodo; è lì che ha preso corpo Sud Europa, con il suo beat caldo e materno, per cui Andrea stava cercando un’etichetta e che ora vorrei tanto vedere stampato. Mi piace pensare che Andrea avesse intuito qualcosa e avesse voluto spostare lo studio lì per anticipare il destino, e chiudere con classe un cerchio crudelmente breve, tornando laddove tutto aveva iniziato a prendere forma. Claudio, un altro amico in comune che abita a Milano, una volta spente le macchine mi ha scritto: “lo sai che era un angelo, vero?”

E’ proprio a Città Sant’Angelo che oggi si terranno i suoi funerali, alle 16. Una settimana precisa dopo il precipitare della sua situazione, ci ritroviamo tutti accanto al suo corpo spento senza darci molte spiegazioni. Non so se succede a tutti, non credo succeda sempre, ma dopo giorni senza parole riesco a realizzarlo solo ora. E quando guardo le sue foto da simpatico e magro barbuto mi si strappa il cuore e non posso trattenere le lacrime. Abbiamo perso un grande musicista, che aveva ancora molto da dare. Vorrei che la terra gli fosse lieve. Vorrei che la forza stesse con la sua compagna Marita, con la loro figlia Joy, che se saprà far fiorire in lei la tremenda voglia di vivere del padre potrà diventare una donna pazzesca, la mamma, le sorelle, la famiglia e tutti i suoi cari. Abbiamo perso un amico vero. Uno che al suo caro fratello d’anima Luigi Pagliarini, a gennaio, scriveva una lettera che nessuno di noi avrebbe voluto leggere.

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Luis, spero non dovrà mai servire, ma preso dallo sconforto scrivo questa lettera a te, che nel caso la tirerai fuori… So che mi aiuterai. Non riesco a chiudere gli occhi… fammi scrivere questo. Quello che penso ora é che siamo tutti diversi, ed ognuno di noi vive la sua esistenza diversa dalle altre. Lunga, corta, intensa, noiosa, tutti diversi. Forse quello che ha reso un po’ speciale la mia esistenza é stato questo bizzarro traffico nel mio cervello. Che mi ha reso così creativo, sensibile e per assurdo così razionale. Quello che é importante per me é che tutti voi che mi siete stati a fianco, non dimentichiate mai il fatto che io vi ho sempre semplicemente amato. Tutti. Belli e brutti. Buoni e cattivi. Fedeli e traditori. E che nulla é stato più importante per la mia ricerca della felicità che questo. L’avere attorno persone che vogliono essere amate. Niente altro é così gratificante.
Grazie.

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