C’mon Tigre, il vento ci porterà

Nei primi giorni di marzo soffia sempre un vento forte, a volte arrogante; fra uno starnuto e l’altro, bestemmiando al firmamento per la sovvenuta influenza, mi chiedo da dove arrivi, il vento, quali e quanti segreti porti con sé. Sussurri che sibilano: il disgelo è ormai compiuto e il miracolo delle stagioni si compie nuovamente; mai considerarlo banale e mai darlo per scontato. Quello stesso miracolo assomiglia ad alcuni dischi, dischi che portano venti caldi mediterranei con sé, di intrecci d’africa e d’oriente, che ti bisbigliano magie inaspettate. Mai considerarli banali e mai darli per scontati. Dischi come l’omonimo debutto dei C’mon Tigre sono racconti che galleggiano nel vento.

A “Rabat” – la capitale amministrativa del Marocco – è dato il compito di aprire le danze, con una intro eterea che contiene gli elementi che faranno da perno allo sviluppo successivo dell’intero disco: riferimenti geografici, cori esotici e lontani, caldi arpeggi di chitarra riverberata alternati a ruspanti stoppati e tocchi di steel drum “malconcia”. E’ in mezzo ai colori della terra bruciata dal sole nordafricano che il disco si apre con “Federation Tunisienne De Football”. “Di fatto è un manifesto. Racconta di una grande partita di calcio da cui abbiam tratto insegnamento, uno svantaggio che viene affrontato cambiando prospettiva. Praticamente il nostro percorso: se con le regole del calcio non riesci a giocare bene, basta mettersi delle scarpe diverse. Nel nostro caso delle scarpe da tiptap”. Il video, disegnato in due mesi e mezzo di lavoro dall’illustratore Gianluigi Toccafondo, 5000 frame senza alcuna post-produzione, ha i tratti del capolavoro inaspettato come una rabona sulla sabbia. Alle trombe e al sax e alle voci corali tocca il compito di innalzare il paraparapappara al cielo: la comunità ritmica è formata, il viaggio è partito davvero.

C'mon Tigre
C’mon Tigre, il duo

I C’mon Tigre sono un duo, di cui conosciamo poco o nulla (e anche se conoscessimo di più? Forse non avrebbe così senso svelarlo). Eppure dopo l’ascolto e la visione di “Federation”, quasi un anno fa, mi è risultato impossibile domare la curiosità, una bestia selvaggia, lo saprai anche tu. Così ho cercato, come tutti, fra le pieghe del booklet. Lì ho trovato nomi di musicisti di etnie e provenienze diverse, puntini di una mappa che si stratifica ascolto dopo ascolto, a formare un disco che è un diario di incontri e spostamenti, dominato da una insensata voglia di conoscere e scoprire. C’mon Tigre è un collettivo cui hanno contribuito musicisti nordafricani come Ahmad Oumar e Malik Ousman, leggende come la sassofonista Jessica Lurie o il batterista Danny Ray Barragan, italiani come Eusebio Martinelli o Rocco Favi. C’mon Tigre è un disco registrato fra Ancona, Zagabria, Brooklyn e Rabat. Com’è possibile, mi sono chiesto, che due sconosciuti abbiano tirato in piedi una squadra così variegata e geo-localizzata? “Nessuno ci ha mai detto di no”, è stata la loro risposta, “questo ci ha dato la forza di continuare e concludere il nostro percorso”.

Tutto allora ha iniziato assomigliare ad un safari, un domino di incontri e incastri che ha il sapore di quei viaggi da cui non puoi tornare indietro uguale. Viaggi in cui le tappe principali sono le persone che incontri, con la cultura che si portano dietro, i loro affascinanti passati fatti di molte partenze e pochi arrivi. Sono storie non raccontate esplicitamente quelle che si nascondono nelle divagazioni mediorientali di “Fan For A Twenty Years Old Human Being”, che evoca gli odori di una stanza in cui un ventenne ha appena festeggiato il suo compleanno con una puttana. Sono settimane di desiderio incessante e crescente quelle di “A World Of Wonder”, brano dal sapore jazz-avantgarde in cui il drumming di Danny Ray Barragan è ciclico e convulso e i fraseggi fra sax e chitarra assomigliano a quei pomeriggi sudati di riflessioni continue fra sé e sé, che si chiudono con l’arrivo della sera, che in questo caso è una divagazione di synth astratta ed industriale ad opera del compianto Enrico Fontanelli degli Offlaga Disco Pax.

cmontigre_FTDF_pct_003

C'mon Tigre, il disco
C’mon Tigre, il disco

C’mon Tigre – che scritto così lo puoi pronunciare in inglese (avanti tigre!) o anche alla francese (c’est mon tigre, è la mia tigre) – è anche la numero 5, una specie di sexy chiamata notturna ad una segreteria telefonica. “December” è la ripartenza, una traccia che è già signature sound, con quella chitarra che è un marchio di fabbrica, fra plettrate morbide e stoppati, come fosse veramente il ruggito della tigre che arriva dopo lo sbadiglio, in una normale giornata a spasso nella savana, where the animals grow. “Commute” è il brano con il maggiore contenuto liquido, d’una psichedelia parigina e urbana impreziosita dal glockenspiel; la stessa dimensione urbana che ci sposta dalle atmosfere afrobeat della prima metà del disco e ci lascia ancora un po’ in Occidente, grazie al beatbox nu-soul alla Child Of Lov di “Queen In A3”. Ma la chitarra di “Life As A Preened Tuxedo Jacket” è come lo scoppio di una marmitta, la marmitta di una macchina che ha ripreso ad attraversare il deserto e in cui la radio ha problemi di sintonizzazione, ma non importa perchè con questa velocità e i finestrini abbassati non ci sarebbe modo di poter sentire bene. E allora forse è meglio abbandonare la città per dirigersi verso la natura affascinante e un po’ sinistra di “Building Society”, una lunga suite afrobeat divisa in due momenti, dove il vibrafono è il pifferaio magico che ci porta verso caverne buie, trombe che assomigliano a gufi e divagazioni di sax che assomigliano al contorcersi dei pensieri. Sono tutte quelle giornate luminose che si trasformano in notti buttate via, quando ad un certo punto hai l’illuminazione in cui non speravi più. Sono pronto, sono nuovo.

Il tempo di dare il bentornato alle scimmie per poi tornare al cuore di tutto: dopo essersi aperto a Rabat, il disco si chiude con “Malta (The Bird And The Bear)”, un titolo che racchiude ancora una volta riferimenti geografici e faunistici. Non è casuale la scelta di fermarsi proprio in quell’isola al centro del mediterraneo, fra Sicilia, Tunisia e Libia, laddove tutte le influenze musicali di questo disco trovano un loro immaginifico giaciglio. In mezzo alle tratte oggi percorse dal dolore e della speranza degli immigrati, ci sono percorsi di vita e di scambio, movimenti di uomini e bestie, sguardi, incontri fugaci e duraturi. C’mon Tigre è un bellissimo atto d’amore bianco (in fondo, fra i riferimenti attuali troviamo Beirut e Gonjasufi) alla musica nera, dall’afrobeat al jazz; un piccolo miracolo se pensiamo che si tratta di un disco interamente autoprodotto. Partito come un semplice respiro a due, che ha poi preso fiato collettivo e – come solo in alcuni, rari momenti (mai considerarli banali e mai darli per scontati) – si è trasformato in vento. Chissà dove li porterà ora. Chissà che ci porterà ora.

I C’mon Tigre saranno in giro per l’Italia questa settimana: venerdi 13 marzo al Sonar di Colle Val D’elsa (SI), sabato 14 al Monk di Roma e infine domenica 15 al Circolo Magnolia di Milano per “Prima, concerti prima di tutto”

Acquista “C’mon Tigre” double LP via Africantape

Ascolta l’esclusivo track by track dei C’mon Tigre per Babylon su Radio 2 Rai

Submit a comment