Lazzeretto #1: Via Porpora

LEGENDA, PRIMA DI INIZIARE

“Lazzeretto” è la forma originale di “Lazzaretto”, un tempo luogo di confinamento e isolamento per portatori di malattie contagiose. Metaforicamente, è quel ghetto per portatori più o meno sani di diversità in cui la società occidentale ha posto e pone certe subculture.

Enrico Lazzeri è Dj Henry, da più generazioni per la città di Milano (e non solo) figura chiave di diverse subculture, dal modernismo al northern soul passando per la psychedelia e la musica brit in generale. Il nome della rubrica è dunque venuto abbastanza facile. Solo chi non interroga la (propria) storia e gli spiriti si lamenta di non ricevere risposte.

“Lazzeretto”  è hic et nunc il luogo di The Fever in cui convivono musica, spiritualità e architettura.

New Wave Of British Heavy Metal è la definizione giornalistica data ad una vera e propria scuola musicale inglese nata sulla fine degli anni Settanta che voleva svecchiare l’hard e heavy metal con suoni più ruvidi e grezzi, derivati spesso dal punk. Fra i principali esponenti, Iron Maiden e Motörhead.

Leaf Hound sono una band hard rock inglese – attiva ancora oggi – considerata caposaldo dello Stoner e dunque preludio della NWOBHM.

Via Porpora si trova a Nord Est di Milano e parte da Piazzale Loreto.

 

ORA SAI TUTTO.

METTITI LE CUFFIE E INIZIA A CAMMINARE.

BUONA PASSEGGIATA.

 

Il nuovo ed il vecchio sono due elementi della percezione che si compenetrano, vivono di simbiosi taoistica, uno è la ragione dell’altro e viceversa. A Milano, grandi nomi a parte, la New Wave Of British Heavy Metal col suo acronimo conferitole dalla carta stampata, NWOBHM, arrivò centellinata nelle sue propaggini underground, però già mi sorgeva il dubbio del motivo di questo prefisso “new” che pareva quasi posticcio se non insignificante.

Via Jommelli, fra Via Porpora e Piazzale Piola, laddove le case si fanno basse e si apre spazio per le Chiese (Google Street View)
Via Jommelli, fra Via Porpora e Piazzale Piola, laddove le case si fanno basse e si apre spazio per le Chiese (Google Street View)

Io non ho mai amato particolarmente, più di altri contesti, camminare in Via Washington, piuttosto che nella zona di Città Studi o in tutto quel mondo di laterali tra Via Porpora e Piazzale Piola, il cui denominatore comune sono delle villette, un poco simil londinesi, un poco europee di non so dove, ma certamente non milanesi. Ho sempre associato quelle vie, con la loro alchimia architettonica, al suono hard rock dei Deep Purple, degli Uriah Heep, dei Led Zeppelin, dei Nazareth, forse perchè negli anni ’70 ci vedevo gente coi gillet di pelle e le chiome oltre le spalle. Però ancora, passando da quelle zone, non mi era chiaro il legame tra nuovo e vecchio.

Ok, New Wave Of British Heavy Metal, ma il vecchio dove sta? Nelle villette di Via Porpora? Facevo una fatica immane a concepire un simile nesso, anzi nemmeno ci pensavo ad essere onesto.

“Milano muta più lentamente della musica”

Sono passati molti anni da quei giorni, i giornali musicali sono mutati coi cambiamenti musicali, il denominatore comune tra Via Washington e le adiecenze di Via Porpora e Città Studi resta immutato perchè Milano muta più lentamente della musica, ma è sopraggiunto nel frattempo un ponte, quei ponti saldi che solo il tempo che scorre sa produrre quando allunga così tanto le generazioni del passato da quelle del presente creando non una brodaglia, bensì una densità vischiosa pari quasi ad un mastice. Questo ponte è stata la generazione dello Stoner Rock con tutta la sua furia pastosa, desertica, calda, motociclistica e psychedelica.

La copertina di "Growers Of Mushroom" dei Leaf Hound
La copertina di “Growers Of Mushroom” dei Leaf Hound (1971)

Mi si para davanti un disco cardine, epocale, seminale assolutamente sganciato, però, dall’immaginario bikeristico delle villette e delle case basse di Città Studi: era “Growers Of Mushroom” dei Leafhound. Insomma iniziavo a mettere a fuoco che c’era stato un mondo heavy psychedelico nei primi ’70 che la generazione Stoner aveva inconsapevolmente sedimentato e metabolizzato e lo stava riproponendo di pari passo con la scena del Doom Metal. Ecco che però saltano ancora fuori le adiacenze di Via Porpora, le sue laterali, silenziose e ricche di presagi, coi Black Sabbath. Sì loro erano totalmente in quel contesto umorale ed iconografico di quella Milano di villette simil gotiche.

La New Wave Of British Heavy Metal segna il nuovo di un old, ma qual era poi questo old? Il vecchio patrimonio di tutta la heavy psychedelia inglese dei primi anni ’70. “Growers Of Mushroom” è un mondo hard blues, heavy acido, sa anche essere folkie, zeppeliniano, ma anche nella gemma “Work My Body” figlio del pacifismo flippato dei Neil Young e dei Majic Ship ed è in qualche modo una palestra dei riff.

Il riff era un poco l’effetto dello stare in Via Washington, in Via Porpora, a Città Studi a ricordare un mondo biker o di acquirenti maniacali di vinile, in gillet di pelle borchiato, che dovevano sfuggire a rimbrotti sicuri di mogli e madri, come al ricordo di fallimenti plateali all’Istituto Tecnico o a Ragioneria o un esame di estimo superato col lanternino.

Nei Deep Purple, negli Uriah Heep, nei Led Zeppelin c’era il sapore di tanti sabati mattina milanesi, old. Poi sono arrivati quelli del new, ma parevano gli stessi sabato mattina, quelli di Iron Maiden, Raven, Venom, Trespass, Tigers Of Pan Tang, che lasciavano presagire serate eroiche di socialità che si sarebbero poi concluse in qualche birreria di Lambrate o di zona Monumentale, oppure nella partenza della domenica mattina verso Borgomanero ed il Lago Maggiore inseguendo sogni di hand in hand mai poi interamente esplicati.

“La scena Stoner italiana ha saputo coniugare i desideri di rinnovamento di un mondo di ascoltatori che non voleva perdere quell’idea di libertà che sol l’asfato sa offrire”

Il vecchio ed il nuovo: “Growers Of Mushroom” dei Leafhound, pietra miliare per un mondo Stoner oggi compiuto nel mio subconscio e preludio del nuovo che fu la New Wave Of British Heavy Metal. Oggi debbo dire che la scena Stoner italiana ha saputo coniugare, in un percorso maturo, composito, articolato, sperimentale, i desideri di rinnovamento di un mondo di ascoltatori che ha fatto dell’hard rock un vessillo generazionale ed attitudinale, ma che nel contempo non voleva, nel cambiamento di impatto sonico e musicale, perdere quell’idea di libertà che sol l’asfalto sa offrire, motociclistico od automobilistico che sia, ma una forza intendo dire primigenia di riscatto dalla propria vita intesa come arbitraria e non sottostante a dettami di bigottismo e di accettazione sociale.

“Lo Stoner tocca temi sacrali e riporta ad un immaginario orientale”

Lo Stoner fonde due momenti del vecchio e del nuovo: non perdo l’immaginario del mio tanto caro hard rock seventies e nel contempo ne introduco la lezione ed il lacito culturale dell’urgenza punk che fu. Quindi sono e resto me stesso ma con una consapevolezza nuova e rinnovata sul mondo, sulla vita, sulla strada e sull’asfalto coi suoi neon e le sue proiezioni di starlet che offrono cheap love e cheap wine. Il motivo per cui la scena Stoner oggi è viva, salda ed ancora in crescita sta in questa ragione di soluzione tra vecchio e nuovo, in modo indolore e salvifico.

Leaf-Hound

I Leafhound per me sono figli della mia evoluzione, anche nel rapporto con le vie di Milano, degli anni ’90: il vecchio mondo fatto di case basse che poteva evocare certa working class hard rock inglese del Nord del paese, restava totalmente avulso. Fino a che i Leaf Hound non toccano, come sovente, tanto hard rock ed heavy metal, sanno fare i temi del sacro, del rimando ad un’altra vita dell’uomo che non si conclude con l’assunzione dei funghi, icona della copertina culto dell’edizione inglese di “Growers Of Mushroom”, ma con il tatto della pietra di chiese millenarie, anche appartenenti mondi d’Oriente sfumati poi in un rimando quasi salgariano del non esserci mai stati dal vivo sul posto.

Come, guarda caso, proprio nelle adiacenze di Via Porpora. Se non vi sono più quei sabati mattina costellati di fragranze operaie britanniche miste ad un’incombente aura plumbea degli Anni Di Piombo, vi sono oggi però, nella mia vita, consapevolezze alchemiche. E si torna sempre tra case basse. In questo mondo segnato da piani bassi, antichi o del dopoguerra, in Via Niccolò Jommelli, in pieno Casoretto, vie è una chiesetta armena, la Chiesa Apostolica Ortodossa Armena che rimanda in modo stretto all’Antico Oriente Cristiano.

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La Chiesa Apostolica Ortodossa Armena di Via Jommelli (foto © Mir Reina)

Le chiese ortodosse, come questa armena, hanno tutte una forma floreale ed il fiore evoca essenze, fragranze, piste di atterragio per insetti, insomma un’ esplosione di energia cosmica in una corolla. La chiesa ha poi un tiburio o cupola che si erge dalla pianta a fiore come una sorta di pistillo/obelisco verso il cielo nel richiamo alla consonanza perfetta tra verde ed azzurro, ossia ciò che sta in Terra sta in Cielo e viceversa. Pur essendo incastonata come un monile tra le case basse del quartiere, nella pietra, nella cromatica evoca quell’immagine logoedrica e spazioallucintoria del deserto di cui lo Stoner ne fa un caposaldo; del fiore poi, come dei funghi la psychedelia se ne fa portavoce, come la copertina dei Leaf Hound, edizione inglese, chiarisce in modo inequivocabile.

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(foto © Mir Reina)

Lo Stoner tocca temi sacrali e nella sua obliquità di suono, seppur granitica e sovente monolitica, riporta ad un immaginario orientale che nella chiesa armena del Casoretto mi crea allucinazioni nell’accavallarsi di rimandi, iconografici nella storia del sacro e musicali, nella storia del profano. Le iscrizioni sul portale con l’alfabeto armeno bombato, curviforme, scivoloso come olio su superfici dorate mi rimanda a quei riff  pregni degli umori animaleschi delle effigi zoomorfe sulla facciata, come degli aromi di papavero o di tulipano della pianta della chiesa. La chiesa armena del Casoretto è un ponte tra Oriente lisergico e la nostra vita costellata di riscatti tra riff psychedelici e figli di un’estraniazione da noi e dal noi ontologico, fino a farne un trasfert di follia metropolitana.

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