We Love You, Natas Loves You

Secondo la cabala ebraica dare un nome alle cose significa tracciarne il destino. E allora dimmi che destino vedi per un nome come Natas Loves You, con quel Natas (che-ti-ama) che è in realtà Satan al contrario, ma anche un tributo al famoso skateboarder californiano Natas Kaupas, uno dei king di Dogtown, uno dei primi pionieristici professionisti della materia. Io ci vedo capelli lunghi al vento, piscine vuote da cui scappare saltando recinzioni, fotografie con il grandangolo, il diavolo e l’amore, la voglia di far festa e non prendersi troppo sul serio.

“Stare in mezzo alla gente, in strada, è una grande forma d’educazione.”

Natas Kaupas in azione negli anni ottanta
Natas Kaupas in azione negli anni ottanta

E tu Pierre-Hadrien, che c’avevi visto? “Volevamo fare solo musica psichedelica, poi le cose si sono evolute.” Parla un inglese fluente per essere francese, ha l’ironia di chi si è sbucciato le ginocchia spesso, un presente da tastierista e cantante, un’adolescenza passata in skate. “A Parigi ci sono un sacco di spot perfetti, non siamo messi male come a Londra. Io e Virgile (basso e voci) ci siamo conosciuti così, sulla tavola. Molti di noi si frequentano da circa dieci anni, ma abbiamo formato la band in Lussemburgo nel 2007″. Punk rock e skate sono elementi dell’immaginario della band, rimescolati con Phoenix e Daft Punk, i due gruppi parigini più famosi nel mondo, senza dimenticare funk, eighties, elettronica, hip hop e influenze tropicali. “La street culture ci ha formati. E’ bello stare in mezzo alla gente, sotto il sole, per strada. E’ una grande forma d’educazione”. 

c-Elliott-Arndt

Joachim alla chitarra, Virgile al basso e ai cori, Jojo alla batteria, Alain alla voce e il nostro Pierre-Hadrien alle tastiere e voci. Eccoli, vestiti non con la prima cosa che capita, puliti ma con quella traccia di sporco sotto che rende tutto meno algido. Una sorta di versione al maschile di “How To Be Parisian”: “cercare la perfezione, come fanno gli americani, è mancanza di sicurezza di sè”, scriveva Caroline de Maigret. La chiave per capire il loro esordio “The 8th Continent” sta nei primi versi di “Horizons”, il brano d’apertura, che dopo una cascata di note al piano si accende con un quattro quarti di batteria drittissimo: “Can you see what I see? Colours with no names”. E’ pasticciare la tavolozza. E’ l’invenzione di un nuovo continente. “L’idea è mischiare tutto quello già fatto fino ad ora e creare qualcosa di nuovo” – dice Pierre-Hadrien – “Tutti oggi sanno tutto, non c’è alcun posto al mondo che non sia già stato scoperto. ‘The 8th Continent’ è un’idea romantica: creare qualcosa di inesistente per poi scoprirlo.”

“Amo l’Europa. E’ un continente bellissimo, con così tante culture in uno spazio così piccolo”

L’idea mi ricorda moltissimo quel “musica folk per un popolo che non esiste”, ovvero come si autodefinì la band London-based Cairobi (nome peraltro che nasce durante un sogno notturno e che si rivela essere una crasi fra Cairo e Nairobi). Entrambe – Cairobi e Natas Loves You – sono band composte da europei di diversa nazionalità, con musicisti residenti in contesti urbani internazionali e multi-etnici come Parigi, Londra e Berlino, che hanno trovato nel clash di culture un’occasione per sperimentare incroci nuovi attraverso la contaminazione e il sogno. L’idea, se vogliamo, che dopo il colonialismo e le conquiste della conoscenza, l’atlante geografico sia un foglio onirico completamente bianco, tutto da disegnare. “Hell yeah, I love Europe!” – esulta Pierre – “E’ un continente bellissimo, con così tante culture in uno spazio così piccolo. E’ il continente più vecchio e… sai, mi rende molto orgoglioso parlarne. Noi cinque abbiamo sangue italiano, spagnolo, finlandese. Amo tutti gli stati europei. E’ bellissimo come ci si accetti gli uni con gli altri, andando d’accordo nonostante la lingua e le differenze fra radici latine e germaniche”.

Il concetto di creazione di qualcosa che si possa chiamare proprio e nuovo è espresso magnificamente nel primo singolone, “Got To Belong”, il cui video è stato girato da Larry Clark, fotografo e regista statunitense (“Kids”, presente?) che raramente si è cimentato con l’arte del videoclip. Un mondo in cui siamo costretti a relazionarci con idee che a malapena esistono, che ci piacciono solo perchè arrivano in stock: “a combattere il fuoco con il fuoco ora non sai a cosa bisogna appartenere”. Siete gente che legge molto? “Gli altri si, ci sono sempre libri in giro attorno a noi. Io invece leggo roba socio-politica ed economica, e qualche merdata zen. Ma dovrei leggere molto di più”. La Francia è il paese europeo con il maggior numero di libri letti per abitante. Mi chiedo se nel fare musica con questo spirito abbia una qualche influenza la città che i cinque hanno scelto come base per le loro scorribande. “Parigi è come tutte le capitali culturali, come New York o Melbourne o forse Roma o Milano, boh. Sono città buone per fare musica, arte e cultura. I freak sono ben accetti, non shoccano nessuno”.

“Quei giorni era tutto un ‘Je Suis Charlie’, ma già dopo due settimane nessuno se ne preoccupava più ”.

Solitamente, chi viene dalla street culture finisce per fare hip hop, non un disco che suona come “The 8th Continent”. “Amo il punk rock. Recentemente ho prodotto anche band come i Miaøw Miaøw, The Tiger. Mi piace la roba disco. Mi piace molta roba, ma sono un ragazzo bianco, non posso fare hip hop!” Intendi dire che la questione del colore della pelle oggi in Francia è così importante che, per rispetto, i bianchi non si permettono di fare musica black? “No, no, no, stavo solo scherzando! Qui la gente convive in pace, dai cazzo di cinesi agli indiani, fino ai cazzo di bianchi. Si dice che la gente di Parigi sia razzista, ma non è assolutamente così.” Eppure, una manciata di mesi fa, ad inizio gennaio, Parigi è stata colpita da uno degli attentati più efferati della sua storia recente: un manipolo di uomini legati ad Al-Qaeda ha fatto irruzione nella redazione del giornale satirico Charlie Hebdo, uccidendo dodici persone e ferendone altre undici. Il mondo intero ne è rimasto shoccato e nelle ore immediatamente successive è partita una sorta di solidarietà virale che è poi sfociata in una grande manifestazione pubblica cui hanno partecipato tutti i maggiori capi di stato. “Abbiamo avuto paura, è stata una cosa fuori di testa. Ero preoccupato non tanto per la mia vita, ma per come le persone avrebbero reagito. Purtroppo poi c’è stata quello schifo di marcia, con tutti quei cazzo di presidenti… tutte stronzate. Quei giorni era tutto un ‘Je Suis Charlie’, ma già dopo due settimane a nessuno ne importava più “.

Pochi giorni fa invece è uscito il video di “Go Or Linger”, un brano che ricorda l’elettronica scandinava e gli Spandau Ballet, una ulteriore take sul tema dell’identità, del viaggio, dell’appartenenza. L’indecisione fra l’andare o stare che ti travolge, scappare da posti dove si sarebbe potuto rimanere: l’idea che se non trovi il tuo posto del mondo non resta che creartelo (“Everyone wishes for the world to change / I didn’t know where to start so I shaped mine”). C’è un enorme potenziale in questa band. Lo sa anche Pierre-Hadrien: “Non sono quel tipo di persona che fa musica per sé: spero che la gente ami la nostra musica. Ma vogliamo continuare a fare quello che facciamo senza troppe pressioni o aspettative. Spero solo che non ci montiamo la testa e distruggiamo da soli”. L’importante, ogni tanto, è tornare allo skate-park. Don’t forget who you are.

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