Dall’addio di Neffa al pianto di Fedez: perchè il rap italiano ha avuto bisogno delle mamme

Un paio di settimane fa ho approfondito ne “La truffa del contenuto nel rap” un argomento che trovo metaforico del paese in cui viviamo: l’utilizzo della lingua italiana nell’hip hop e nella musica più in generale; come il rap abbia portato elementi nuovi all’interno della elitaria macchina culturale tricolore, generando entusiasmo e numeri, ma anche rotture, snobismi e prese di posizione ideologiche. Qualche giorno dopo, come per magia, arriva nella mia casella di posta (non la mail, proprio la buca) un oggetto che ho a lungo desiderato, per molto tempo cercato invano, infine ordinato nella sua edizione ristampata. “Chicopisco” – l’ultima produzione rap di Neffa, quel Giovanni Pellino che fece innamorare del rap italiano anche me, giovane bianco provinciale appena sbarcato nella grande Milano – vive una seconda e meritatissima vita grazie alla Tannen Records, che lo ristampa in vinile in 2000 copie – all’epoca, nel 1999, ne furono stampate 6000 in CD, bruciate subito e poi divenute oggetto di culto, tanto che oggi su siti come Discogs ne trovate copie in vendita anche a 60€ l’una (per un CD di 5 tracce, nel 2015, è tantissimo).

“Chicopisco” è un EP pazzesco, che ha non solo superato ma doppiato la prova del tempo. Interamente prodotto dallo stesso Neffa (a parte “L’Incognita” prodotta da Fritz Da Cat) mette in luce tutta la qualità, la competenza musicale, la tecnica e il talento di questo artista. Il punto chiave del suo flow è riconducibile alla dicotomia teorizzata dal linguista Ferdinand De Saussure fra langue e parole, dove langue è “il codice di regole e di strutture grammaticali che ogni individuo assimila dalla comunità storica in cui vive, senza poterle alterare”, mentre parole è “il momento individuale, mutevole e creativo del linguaggio”. Ecco dunque la langue di “Chicopisco”, ben descritta da Luca Gricinella, giornalista e scrittore esperto di rap, nel foglio che accompagna la ristampa.

Sia romanzi sia saggi raccontano di una Bologna in cui, fin dagli inizi del novecento, tra i giovani si diffonde l’uso di un gergo prettamente locale che accantona il dialetto: una sorta di italiano in codice che in parte arriva dalla malavita in parte dall’ambiente dei muratori. E’ un fenomeno unico in Italia, tanto che negli anni ottanta, nel capoluogo emiliano si coniano espressioni che con il tempo arrivano nel resto del Paese, come ‘ci sto dentro’ o il saluto ‘bella’. Anche questo è uno degli aspetti che fa di Bologna il centro nevralgico del primo boom del rap italiano di inizi anni novanta. Il rap e lo slang, infatti, da sempre, hanno un rapporto speciale e vari artisti hip hop giocano molto con le parole fino a inventarne alcune o a diffonderne altre nate nella loro cerchia di amicizie”.

Eccola, la parole di Neffa, qui più creativa e sperimentale che mai, che però non può prescindere dalla langue, dunque dal contesto. (Nota a margine: “bella”, dunque, è roba bolognese? Mi cade un mito)

Neffa arriva a Bologna quando è bambino, ci cresce e gran parte del suo rap è intriso di un serio gioco che coinvolge la lingua italiana fino a rimaneggiarla. Il titolo del suo EP del 1999, Chicopisco, ha proprio a che fare con questo aspetto. Negli anni novanta, per le strade di Bologna, si aggira un fricchettone che si materializza appena in un gruppo si inizia a fumare ‘una porra’ […] e ha la capacità di mettersi nel punto tattico del cerchio, dove è sicuro che, nel momento giusto, passerà la canna. Neffa lo nota e con un gioco verbale dice a Deda che quel fricchettone ha la capacità di ‘mettersi Piscopo’. Il significato? Tutto nasce dalla considerazione di Tullio De Piscopo, che per Neffa rappresenta un’idea di stile. Quel fricchettone diventa il ‘chico Piscopo’. Quando Neffa produce le tracce del suo nuovo lavoro e si rende conto di avere fatto un disco in cui lo stile predomina, soprattutto grazie ad un flow molto musicale e una metrica chirurgica, partorisce un titolo che lo richiama: ‘Chicopisco’”.

Neffa sulla traccia
Neffa sulla traccia

Lo stile insomma è il perno di questi 5 brani capolavoro, in cui ogni testo (a parte “Stare Al Mondo”, la più narrativa del lotto) è tutt’altro che vacuo. E se anche fosse vacuo, e suonasse “solo bene”, senza comunicare niente, quale sarebbe il problema? A tal proposito, mi sono accorto di avere una vera e propria ossessione. Realizzo solo ora di aver da sempre cantato male una rima di “Cani Sciolti” dei Sangue Misto: “non venirmi a dire che sono ostile e che non c’é un motivo” nella mia testa è sempre suonato come “non venirmi a dire sono solo stile e che non c’è motivo”. Mi chiedo se l’educazione cattolica e il retaggio della cultura cantautorale-politichese italiana possano aver lasciato altri segni. Continua Gricinella:

Per lui conta, eccome, il messaggio del rap ma è altrettanto importante far suonare bene le rime: ‘senti come suona’ da anni è una frase fondamentale per il suo pubblico”.

Così, in una chiacchierata che ha il sapore della seduta psicanalitica, ho chiamato proprio il buon Luca per discutere di questo EP, delle parole che avete appena letto (scritte dopo una conversazione con Neffa himself) e della truffa dei contenuti nel rap. Perchè forse questa non è solo un’ossessione mia, ma qualcosa che riguarda anche l’Italia e con quale fatica, con così tanta storia sulle spalle, abbracciamo le novità. Se “Chicopisco” è l’apice ma anche l’addio di Neffa, un padre senza figli, una spiegazione la dobbiamo trovare. Perchè Neffa si è dimesso? Non ci pagava le bollette? Non gli piaceva più? “Più o meno è quello che mi ha detto. Gli ho chiesto se l’avesse deciso prima, di lasciar tutto quanto, e lui mi ha fermato e mi ha detto ‘no, no, no’. Dopo aver pubblicato l’EP ha fatto qualche data, ma durante il tour si è reso conto che fosse finito qualcosa. Parlava dell’aria che si respirava, rispetto all’inizio degli anni novanta, ma alludeva anche al mercato: invece che crescere la scena diminuiva, le aspettative si erano ridimensionate”. C’è astio nelle sue parole? “Neffa ha sempre voluto scrivere per tutti. Ci rimane male ancora oggi se qualcuno nello zoccolo duro del rap gli butta merda per essere diventato un cantante. Si chiede com’è possibile che la gente non gli tributi il giusto onore, dopo quello che ha fatto”.

Perchè Neffa arriva ad un punto in cui la sua qualità non raggiunge un pubblico sufficiente da permettergli di proseguire? “La formazione del pubblico italiano medio di musica è ferma a qualche anno fa” – teorizza Luca – “Il rap quando è arrivato in Italia non è stato spiegato bene. Non è stato capito. C’era molta impreparazione. E’ un linguaggio talmente differente dal cantautorato, a cui il pubblico era ed è più abituato. Appena è scomparsa quella prima ondata di impegno forte, che però è stata fuorviante perchè era solo una delle caratteristiche del rap (mentre in Italia sembrava esistesse solo quella), si sono creati casini”. La citazione d’obbligo è una quote dell’ultimo singolo di Fabri Fibra, “Il Rap Nel Mio Paese”: “questi giornalisti presi male se non parli di politica”, che testimonia come proporsi in chiave engagé offra una chiave di interpretazione più facile per i media. “Ancora oggi leggo giornalisti di sinistra che polemizzano con Fabri Fibra, dicendo che dobbiamo finirla con i rapper che si insultano fra loro, cosa che promuoverebbe la violenza nella società. Secondo loro non sono modelli educativi. Questo è puro perbenismo. Basterebbe citare il punk per ricordare che il musicista non è obbligato a essere un esempio, anzi. Questo secondo me è l’esempio calzante di chi non vuole capire, di chi si rifiuta di capire.”

E’ paradossalmente l’ambiente genericamente inteso come “di sinistra” a ergersi dunque a principale avversario culturale del rap, con sindacati come la CGIL che fanno muro contro. “C’è una cosa che dovrebbe andare nei libri di storia, ed è quella volta in cui non fecero suonare Fabri Fibra al Primo Maggio usando come pretesto una sua rima di 7 anni prima (che faceva riferimento alle donne, NdR). Non ci fu nessuna grossa testata che tentò di spiegare il linguaggio di Fibra e i suoi giochi di parole”.

“Il pianto di Fedez a XFactor è stato uno dei passi fondamentali per fare accettare il rap italiano alle mamme”

Il pianto di Fedez a X Factor
La lacrima attraversa i tatuaggi e colpisce al cuore della famiglia

Chi invece gioca con la politica in maniera assolutamente pop ed si è ritagliato il ruolo di interlocutore ambito per i talk show è Fedez. “E’ una delle operazioni di comunicazione del rap italiano fra le più importanti mai viste” – spiega ancora Luca Gricinella – “Andare a X Factor e mettersi a piangere ascoltando un ragazzo che suona la chitarra è stato uno dei passi fondamentali per fare accettare il rap italiano alle mamme. Uno tutto tatuato fino al collo, che fa rap, cioè musica che per il popolo è da cattivi sboccati, si commuove in diretta: di più che poteva fare?”. L’espiazione del rap, la redenzione del rapper. La regola di Cecchetto non cambia mai: per fare successo devi piacere alle mamme, non solo alle figlie.

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