Oradio, la piccola rivoluzione serba quotidiana

Qualche domenica fa sono stato sonoramente battuto dalla Serbia nelle semifinali delle Radio Battle, una sorta di Giochi Senza Frontiere applicato alla musica e alla radio, ideato da Filippo Solibello e mandato in onda in diversi paesi europei, le cui finali si sono svolte ieri all’interno di Radio City, a Milano, un bellissimo festival di tre giorni dedicato a questo mezzo così antico e così moderno, così evoluzionistico e flessibile. Insomma, un grande trionfo per la radiofonia, una bella scoppola per me: io, rappresentante della storica Radio 2 Rai, miseramente battuto da una webradio serba, capitanata da una ragazza classe 1994 il cui nome di battaglia è Sally Cinnamon, come la canzone degli Stone Roses. Manco la nazionale di Prandelli dell’ultimo periodo. La scoppola, però, è poi arrivata anche per loro: la Serbia non ce l’ha fatta, arrivando seconda nella agguerrita finale di domenica scorsa, combattuta a colpi di 50.000 tweet. Aggiungo purtroppo, perché nel frattempo sono diventato loro tifoso; attratto fortemente attratto da una storia intensa che affonda le radici nella guerra dei Balcani, sbuca dai fori di proiettile nei muri, sale come il fumo dagli edifici distrutti e si trasforma in onda sonora che racconta di una nuova piccola rivoluzione.

Abbiamo iniziato Oradio in un giorno di Rivoluzione. We came in like a wrecking ball!

Oradio.rs sta per Omladinski Radio, che in italiano suonerebbe tipo Radio Gioventù. E’ la costola giovane di Rtv – il servizio pubblico radiotelevisivo della Vojvodina, una provincia autonoma a nord della Repubblica di Serbia. Dopo un periodo sperimentale estivo, fra podcast e interviste, diventa ufficialmente una webradio il 29 novembre 2014, ovvero quello che nel 1945 fu il giorno della la proclamazione della Repubblica Popolare Federale di Jugoslavia del comandante Tito, enorme festa nazionale dalla fine della Seconda Guerra Mondiale fino al conflitto dei Balcani. Non a caso: “Abbiamo iniziato Oradio in un giorno di Rivoluzione. Amo la storia della Bastille, la gente che urlava Liberté Egalité Fraternité! Per noi questa è una rivoluzione, certamente piccola, ma c’è, è lì, e vorrei che tutti se ne accorgessero”. Chi parla è Sofija Balac, in arte Sally, ventunenne determinata e dalla lingua veloce, la maglietta dei Joy Division indosso. “Siamo la radio più giovane del paese, e io sono la conduttrice più giovane del paese. We came in like a wrecking ball!”, scherza, citando Miley Cyrus.

Per essere assunta, Sofija ha dovuto sfoggiare tutta la sua brillantezza: “non sapevo cosa sarebbe successo al colloquio, non era la classica cosa per cui ti prepari e porti il tuo curriculum; mi presento e ci mettiamo davanti al microfono, come se fossi l’ospite di un’intervista. Ad un certo punto mi viene detto che c’è un corteo in città e mi viene chiesto che cosa avrei fatto ‘da giornalista’. Visto che sono una fotografa e non una giornalista, ho risposto che avrei portato la mia macchina fotografica, ed avrei chiesto non agli organizzatori ma alla gente perché partecipasse alla manifestazione”. Freschezza e contemporaneità, insomma. L’idea è svecchiare Rtv, i cui fruitori hanno di media 60 anni, attraverso la ricerca di persone interessanti, non per forza con alle spalle un percorso di studi specialistico, soprattutto capaci di intercettare le nuove generazioni. Per la posizione si presentano in 250. “Cercavano gente ‘diversa’. Ci hanno presi in 10. Abbiamo la vista dei cavalli, non guardiamo solo davanti ma anche di lato”.

La giovane e il soldato. Sofija e Aleksander alla finale delle Radio Battle
La giovane e il soldato. Sofija e Aleksandar alla finale delle Radio Battle

A fare le domande al colloquio è Aleksandar Mladenovic, il partner in crime di Sofija nelle Radio Battle: “Ho avuto qualche difficoltà con Sofija perché la conoscevo da un bel po’ di tempo, fin dal primo concerto dei Muse a Belgrado, sette anni fa. Sapevo che sarebbe stata la persona giusta, ma giustamente doveva dimostrarlo a tutti”. I serbi, come gli italiani, hanno un alto grado di malizia e sospetto, possono vedere il marcio in ogni cosa. “Mi dà fastidio dirlo, ma credo che abbia a che fare con la guerra, veramente un brutto periodo per il paese”.

Nell’esercito la gente fa cose per tenersi occupata. Un giorno mi sono accorto che erano tutti sbronzi a parte me. Quel giorno è cambiato tutto

Aleksandar può affermarlo più consapevolmente di altri, perché è stato arruolato nell’esercito durante il conflitto dei Balcani, che ha colpito l’area del 1991 al 1999, quando la Jugoslavia smise di essere un unico stato. “Facevo parte della brigata che difendeva Belgrado, sono stato soldato nel 1993, come molti altri diciottenni che sono stati chiamati alle armi”. Non avrò mica di fronte un nuovo James Blunt? Ridiamo. “Cantavo tutto il giorno. Probabilmente è lì che ho scritto la mia prima canzone, mentalmente. Sai, nell’esercito la gente fa cose inutili per tenersi occupata. Il più grande colpo psicologico ce l’ho avuto quando, un giorno, mi sono accorto che accanto a me, non importa che grado avessero, erano tutti completamente sbronzi. Io ero l’unico sobrio. Quel giorno è cambiato tutto, mi ha dato la forza di volermi continuare a sentire libero, a pensare diversamente”.

Io sono nata nel 1994. La mia famiglia ha fatto di tutto per crescermi senza farmi sentire la guerra addosso. La guerra l’ho sentita nella persone attorno a me”, dice Sofija. Dal 1996 al 1999 il conflitto si sposta in Kosovo, verso Sud, ma a Novi Sad distruggono tutti i ponti per impedire le comunicazioni, anche se in realtà non ce ne sarebbe stato bisogno, perché dalla città all’area interessata ci sono qualche centinaio di km. “Vengo da un piccolo paese fuori città. Mi ricordo l’ultimo bombardamento, nel 1999, avevo 5 anni. Dal mio balcone vedevo il fumo che saliva dagli edifici e chiedevo a mia mamma cosa fosse. Forse è lì che sono diventata fotografa. E’ stato divertentissimo!” E’ humour nero, una caratteristica dei serbi, in grado di fare battute su ogni tipo di cosa.

Il ponte di Tito bombardato nel 1999 sotto la Fortezza di Petrovaradin, dove si svolge ogni anno l'Exit Festival
Il ponte di Tito bombardato nel 1999, sotto la Fortezza di Petrovaradin, dove si svolge ogni anno l’Exit Festival

L’anno successivo, nel 2000, un largo movimento di popolo chiede e ottiene il cambiamento del governo di Slobodan Milošević: “E’ in quel contesto di proteste politiche che nacque l’EXIT Festival. Pazzesco come un luogo negativo possa trasformarsi in positivo, qualcosa di cui andare orgogliosi”. L’Exit – un nome non a caso – è oggi uno dei più grandi festival europei, vanto di Novi Sad, città di 400.000 abitanti con uno stipendio medio di 200 € al mese, che da quel giorno ha forse smesso di essere triste (sad) per trovare nuove forme (novi) di sviluppo. Giocando sui nomi e scherzando sui bombardamenti, Alek ricorda quando andava verso la radio in bicicletta, perché non c’erano trasporti pubblici funzionanti e le macerie fumavano ancora: “non potevo crederci che stessero organizzando una cosa così grossa, con quella ambizione; ne avevamo tutti bisogno. Oggi Oradio è nata per riempire un vuoto, essere il nostro personale Exit Festival nei 361 giorni all’anno in cui il festival non c’è”.

E’ la prima e (spero) ultima volta in cui posso dirlo con questa tranquillità: grazie a tutti per non avermi votato. Perdere è stato bellissimo.

Sofija e Aleksandar consigliano il supergruppo serbo Artan Lili

Il mio Exit Festival nel 2011

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