Sinkane: l’amore, l’Africa, Jovanotti, William Onyeabor e le espadrillas

La camicia di jeans, i pantaloni con l’acqua in casa, le espadrillas e una cuffia rossa. Terminato il soundcheck lo trovo seduto su uno dei divani di un magnifico Circolo Biko ancora illuminato a giorno, in uno dei primi giorni di primavera, in una Milano dal clima amabile; ha il cellulare in mano e mille amici sparsi su tutto il globo con cui intrattenere conversazioni digitali. E’ il mondo di Sinkane, è Sinkane per il mondo. Per l’anagrafe e per chi lo conosce bene è invece Ahmed Gallab: nato a Londra (“non mi piace molto come città, odio quel clima grigio”), cresciuto in Sudan e poi trasferitosi negli States (“mio padre ha viaggiato molto, per lavoro”), prima in Ohio e ora a Brooklyn (“New York è la mia città”). Ha suonato con chiunque: Caribou, Yeasayer, Of Montreal. Ha scritto brani con Jovanotti. Dirige ATOMIC BOMB! The Music of William Onyeabor, il tributo al musicista nigeriano divenuto un culto, nelle cui fila militano tra gli altri David Byrne e Damon Albarn. Nei suoi occhi e nel suo look c’è la parte più evidente della sua storia, chi era e chi è. Nel suo ultimo disco, invece, c’è la ricerca dell’identità, la trama, l’intrecciarsi di culture africane e occidentali, la capacità della musica di unire le persone e cancellare le divisioni. Lo abbraccio come un fratello, perché fratello è la parola migliore con cui rivolgersi ad Ahmed.

Ho ascoltato molta musica italiana. Sono un grande fan di Franco Battiato.

“Mean Love” è il quarto episodio discografico per Sinkane, uno che come molti di noi ha capito in che direzione stesse andando solo sulla strada, facendo musica e cambiando stile spesso. Siamo lontani anni luce dai suoi esordi nel 2008 fatti di echi post-rock chicagoiani, eppure Ahmed non ha cambiato band preferita: “i Radiohead sono una ispirazione assoluta. Potrei dirti dove ero ogni volta che è uscito un loro album. Mi piace come non si sono mai ripetuti”. Rimarcare la propria unicità passa anche dalla varietà di ascolti. Il tema dell’originalità è centrale: “Ho ascoltato moltissima musica italiana in questo ultimo periodo, sono un grandissimo fan di Franco Battiato. Ma per questo disco l’artista che ho ascoltato di più è stato Michael Jackson, in maniera critica: le sue canzoni sono molto orecchiabili, ma i suoi arrangiamenti sono qualcosa di incredibile”. C’è un sacco di funky in effetti, insieme a elementi afrobeat, sudanesi, etiopi, nonché bordate di fiati, flauti, synth e citazioni inaspettate. E RnB: il primo singolo scelto è stato “Hold Tight”, una ballata iper-sexy degna di Sadè. Proprio come i suoi eroi Radiohead, Sinkane vuole stupire: “Non volevo ripartire da dove ci eravamo lasciati con ‘Mars’, volevo offrire un’altra parte di me. Ho scritto la bassline in un bar, l’ho registrata con il telefono e sono corso in studio a lavorarla”. Il brano si apre con Sinkane che canta “Angel” esattamente come Mick Jagger in “Angie” dei Rolling Stones: “non me n’ero accorto, ma ora che me lo fai ascoltare… hai ragione: è uguale”.

“Mean Love” sta per amore miserabile, ma con più sfumature, qualcosa che assomiglia al concetto di tough love, amore complicato. Sinkane spiega meglio il perchè di questo titolo: “Volevo parlare di cose in cui tutti potessero riconoscersi, come il sentimento dell’amore, ma declinato nel quotidiano. Per esempio il rapporto con te stesso e con la vita, che è spesso simile al rapporto che hai con una ragazza: ci sono molti giorni in cui fai fatica e sei frustrato, ma alla fine fai un respiro e sei felice di essere vivo. La vita può essere dura, ma le sfide ti rendono migliore e io sono contento di essere su questa terra”.

Sinkane e Jovanotti in studio a NY
Sinkane e Jovanotti in studio a NY

Pensandoci bene, questa riflessione è lontana cugina di quel “Sono un ragazzo fortunato / perchè mi hanno regalato il mondo” che cantava Jovanotti, che con Sinkane ha collaborato in “2015 CC”, suo ultimo disco. Galeotto è stato un (mio!) tweet: “Lorenzo era venuto a New York a sentire la William Onyeabor band, ha postato una foto con me e David Byrne su Twitter. Poi tu l’hai commentata e lui mi ha scritto il giorno dopo, dicendomi che non aveva capito io fossi Sinkane, che mi stimava e che avremmo dovuto collaborare assieme. Così ci siamo trovati in studio e abbiamo fatto un po’ di roba”. Mai sottovalutare la potenza cupidica di Twitter, la stessa cosa successe a MØ con Diplo, che si conobbero grazie ad una menzione sul social network. Chissà che l’estate non porti altre novità, magari all’interno degli stadi… “Chi lo sa”.

“William Onyeabor ha appena finito un nuovo album. Lo incontrerò a maggio.”

Who is William Onyeabor? Alla domanda può rispondere Sinkane
Who is William Onyeabor? Alla domanda può rispondere Sinkane

Ancora una volta l’Africa unisce più continenti. William Onyeabor, misterioso musicista nigeriano che ha trovato fama nella contemporaneità grazie proprio ad una reissue label come la Luaka Bop di David Byrne, è diventato oggi una icona assoluta di un rinnovato amore per il grande cuore nero musicale. L’hai mai incontrato? “Succederà a maggio”. E’ consapevole di ciò che gli sta accadendo attorno in Occidente? “Assolutamente consapevole, ha appena finito un nuovo album!” E’ un gran periodo per Will e per la musica nigeriana in generale, ma anche per quella etiope e sudanese. Eppure quando le cose si trasformano in moda, c’è sempre il rischio che qualche stronzo capisca il gioco e ci si butti solo per fare soldi. “La moda non è necessariamente una cosa brutta” – dice Ahmed – “Più invecchio, meno le cose mi infastidiscono. Quando ero più giovane volevo che le cose fossero solo mie e di nessun altro. In realtà è un approccio veramente stupido”. 

Sinkane, "I will not forget just where I came from"
Sinkane, “I will not forget just where I came from”

La maturità passa da brani come “Son”, figlio, in cui Sinkane canta della pressione di rendere un padre orgoglioso, ma anche del dato di fatto: papà, sei stato un figlio anche tu. Versi come “I will not forget where I came from” restituiscono l’idea di un figlio del mondo, in cui l’identità è fatta di strati e non di ricette ideologiche. Kilometri percorsi alla sua maniera, in espadrillas. Il disco si chiude con “Omdurman”, una traccia che profuma della gioia della festa di famiglia che si trasforma prima in festa di quartiere e poi di popolo. Una sorta di folk globale che unisce il country americano (il ritornello con la pedal steel) alla tradizione del Sudan, la cui capitale è proprio Omdurman. “E’ lì che la mia famiglia vive” – dice Ahmed – “Non ci abbiamo mai suonato, ma sto pensando di farci un documentario, quando succederà”. Cui solo il fade out toglie voce, nel magnifico coro finale: “Where, if I’m to settle down, Will I finally settle? Will I?” Un inno ad un nomadismo che è spesso una condizione esistenziale. Forse anche una dedica al Gallab senior: “Ora che finalmente non deve più spostarsi per lavoro e si è fermato, negli Stati Uniti, ogni tanto mi chiama e mi parla di dove vorrebbe trasferirsi”. Forse ancora una volta un modo di specchiarsi negli occhi dei padri, per rivedere il proprio destino. Inutile pensare al sistemarsi da qualche parte, se ci sono mille date dal vivo da fare: “Quando abbiamo suonato al Biko un paio d’anni fa già suonammo ‘Young Trouble’ e anche ‘Yacha’. Stasera invece il live sarà molto più rock’n’roll”. In effetti, è così; ogni tanto mi vengono addirittura in mente i Led Zeppelin. Il nuovo chitarrista è un manico assoluto, la pedal steel dona un tocco di countryside americano pazzesco, certe divagazioni sono psichedelia pura. Alcune ragazze in prima fila alzano le loro braccia fini verso il cielo; se chiudi gli occhi sembra di essere a Woodstock. Oppure in Sudan. Oppure a New York. Oppure, semplicemente, in viaggio. Music has no borders. Music is a state of mind.

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