La truffa del contenuto nel rap

"Canestra di Frutta", Caravaggio, 1599

Sono un ragazzo bianco, nato da genitori italiani. Fin quando abitavo in campagna, in provincia di Novara (il periodo delle scuole primarie e secondarie) il mio rapporto con il rap era praticamente nullo. Correva l’anno 2000: Eminem e 50 Cent alla TV e poco più. Hip e Hop erano due parole che sfumavano in una zona grigia simile al pop, ma raccontata male; i beat erano generiche basi mentre le lyrics erano per me semplici testi, senza peraltro capirne mai appieno il significato (l’inglese era ancora tutto da costruire). Come me, la maggioranza. Mi sono trasferito a Milano nel 2004. Esattamente dieci anni esatti dopo l’uscita di “SxM”, lo storico disco dei Sangue Misto, seminale formazione di rap italiano composta da Neffa, Deda e Dj Gruff. Fiz prende il cavetto delle casse, lo collega al suo PC scalcinato e con Winamp fa partire “Cani Sciolti” in mp3 a 192kbs. Dagli speaker esce un basso ossessivo, grasso, il cut & paste di urla funky in loop anticipa il bum bum cha: “Neffa sulla traccia, Chico senti come suona”. Una folgorazione assoluta. Immagini quotidiane incrociate a schegge di paranoia sociale, un cielo grigio piombo che fa da sfondo a giornate oppressive, il contrario dei colori fluo degli anni Ottanta, la sicurezza di chi Berlusconi l’ha sgamato subito. Un flow unico, tre timbri inconfondibili. Quel disco diventa la colonna sonora di quei giorni di giovinezza rauca, di vene ingrossate, di notti sulla novanta e di progetti allo stato gassoso.

Così, mentre coltivo i miei interessi e allevo le mie bestie chitarristiche, mi si apre un buco allo stomaco che ogni tanto mi fa venire i crampi. Mi piace questo mondo così lontano dal mio, fatto di persone che usano vestiti e termini molto diversi dai miei, con i quali però condivido un certo zeitgeist e da cui, soprattutto, mi sembra d’aver d’imparare qualcosa. Questa roba mi piace. E poi anche Neffa ha suonato la batteria con i Negazione e fa dischi pop à la Motown, giusto? Non bisogna porsi paletti. Come molti ragazzi di provincia mantengo occhi da bambino curioso e stupefatto. Nel 2004, però, i primi re del gioco hanno abiurato: il citato Neffa non rappa più, JAx ha i dread finti e Tormento canta. Eppure fra i miei amici in provincia iniziano a girare cd di Bassi Maestro; a qualcuno si allarga la cipolla sui piedi, il tempo sta cambiando. Esce “Tradimento” di Fabri Fibra (2006) ed è un enorme successo. Sui giornali inizio a leggere articoli con parole che mi paiono usate a caso. Non esiste una traduzione per la parola rap, in italiano; quando i significati delle parole vengono compressi in maniera monodimensionale perdono ovviamente qualcosa per strada. Lost in traslation, ma anche lost in codification.

Non ti stupire se ti è tutto incomprensibile, è assai difficile il concetto senza il codice”

(KAOS ONE, “Il Codice”)

Nel paese in cui i presentatori televisivi, nell’anno 2015, scimmiottano ancora i rapper con freestyle beceri, cappellini girati e “yo” sputati a caso che manco negli anni Ottanta, c’è un sacrosanto bisogno di dizionari urbani. Mi chiedo come sia possibile che certi fenomeni da talent vengano scambiati per cose serie. Mi struggo all’idea che nessuno sia in grado di superare, in quanto a equilibrio fra forma e sostanza, quel disco dei Sangue Misto. Ma non arrossisco ipocritamente per testi che parlano solo di marche e soldi, per chi si paragona a Dio o chi usa più parolacce di Cruciani alla Zanzara. Il rispetto è il livello uno della conoscenza. Voglio capire più che giudicare. Anche perché dal grado di comprensione del rap italiano passa la capacità di fotografare il paese Italia nell’anno 2015.

La gente non conosce il rap, dunque anche se non lo sai fare basta avere un fantomatico contenuto per essere accettati

Paola Zukar e Marracash
Paola Zukar e Marracash

“Lo scriverò nel mio libro che uscirà fra qualche mese: ‘Occhio al rap, l’arte della sublimazione'”. Parla Paola Zukar, colonna della fu rivista Aelle e manager di Fabri Fibra e Marracash. “Per me il rap è la vita divisa fra America e Italia, è la fatica. Più patisci più lo fai bene. Più soffri più lo fai bene. Nel rap devi sentire la disperazione, il famoso ‘struggle’. Ma, in fondo, agli italiani questa roba qua non piace”. C’è una spiegazione culturale: “Lo dice anche Saviano: da Giacomo Leopardi in poi, in Italia è meglio non parlare di quello che fa male, della difficoltà dell’infanzia in certe famiglie per esempio. Ti accusano di volerci fare i soldi, ti dicono: devi fare ‘Un posto al sole’, non ‘Gomorra’”Alcuni linguaggi non sembrano essere ancora compresi, per quanto siano ormai accettati. Si galleggia in una superficie in cui dominano idolatrie e pregiudizi, dove la ghettizzazione degli ascolti si associa spesso a due forme opposte di ascolto: quella ideologica e quella totalmente generalista. A lei chiedo quanto è difficile spigare il senso di alcune parole ad un sistema media che sembra ancora legato a immagini un po’ macchiettistiche, distanti dalla realtà; la stessa realtà in cui esiste un enorme divario fra il pubblico erudito e la grande zona grigia del paese. “Gli italiani sono interessati al rap solo per farci i soldi. Il pubblico italiano è ‘spoonfed’, ci danno da mangiare con il cucchiaio e va bene così. Se arrivi ad un certo livello come artista, sei costretto a fare i conti con la necessità di riferirti alla musica da Top 40. Per non giudicarti, per non mandarti in esilio, chiedono in cambio un qualsiasi contenuto. La forma avrebbe altrettanto peso, ma dato che la gente non conosce il rap, anche se non lo sai fare, basta avere un fantomatico contenuto per essere assolti”. 

La questione della forma diventa una questione chiave, ancora di più all’interno della cornice di tradizione culturale che trova una sintesi perfetta nella famosa frase di Nanni Moretti in “Palombella Rossa”: “le parole sono importanti!”.  Paola cita un famoso host radiofonico newyorkese: “Prendi Ebro su Hot97, una radio hip hop di New York. Lui avrà più o meno la mia età, intervista i Migos, quelli di “Versace”. A loro dice: nella musica, dal blues in avanti, da sempre, specialmente nella musica black, puoi fare soltanto belle melodie e va bene così. Ragazzi, io non capisco niente di quello che dite, ma siete talmente fighi… Chi ha detto che la musica deve per forza dire qualcosa? “

J Dilla RIP
J Dilla RIP

“Prendi J Dilla: con gli Slum Village non diceva nulla”Jay, un produttore e rapper di Detroit scomparso nel 2006, era stato adottato dalla scena di Q-Tip e A Tribe Called Quest, in cui il messaggio era cosa importante, che in realtà gli stava un po’ stretta. Gianluca Quagliano in uno speciale dedicato alla sua leggenda su Babylon: “Secondo dichiarazioni che ha rilasciato lui stesso, J Dilla era molto meno ‘conscious’ di quanto sembrasse. Era molto meno tranquillo di quello che poteva apparire. Ringraziava chi l’aveva preso sotto la propria ala protettrice, ma ci teneva a ricordare di essere più zarro di così: ‘io nei miei testi parlo di donne e macchine'”. Quindi, nonostante i beat elegantissimi, mi state dicendo che era un maestro di ignoranza? Ghemon cita un aneddoto di Q-Tip: “Ha fatto fatica a portarlo ai Grammy, non voleva scendere dalla macchina. Era un topo da studio e l’unica cosa che lo distoglieva dal lavoro era prendere la sua Jeep e andarsi a bere dell’Hennessy in uno strip club”.

Eppure fare i conti con la propria tradizione culturale dimostra più ambizione e coraggio dell’esterofilia tout court. Forse partire da un capostipite così definitivo e così eterno come “SxM” ha complicato il lavoro a chi è arrivato dopo. “Quello è stato l’album che ha fuorviato tutti e ha fatto dire: ‘lo possiamo fare'”, prosegue Zukar. “Tradurre in italiano il rap non era scontato. Neanche immaginavamo che avremmo potuto fare il rap in italiano, talmente era difficile usare le metriche con le nostre parole, con la nostra lingua”. 

 Dire che è solo autocelebrazione è come guardare una Natura Morta e dire che è soltanto frutta

L’occasione me la dà questa rima di Marracash, che è una sorta di riflessione sul modo di fare rap in generale. Ricordiamoci che questa è musica. Si sente sempre parlare dei contenuti, che sono sicuramente importanti, ma c’è modo e modo di farli. Ormai è diventata quasi una truffa”. E’ come se, non potendoti incasellare fra i cantautori e non potendoti ignorare, qualche cosa tu debba per forza concederla. Marra si smarca:Tu nell’arte non cerchi il contenuto, quando mai. Se guardi un quadro, ti interessa che sia realizzato bene e che ti comunichi uno stato d’animo”.

“O lo sai fare o non lo sai fare. Se non sai rappare, lascia perdere, scrivi un libro.”

 

La copertina di "Decoded" di Jay Z
La copertina di “Decoded” di Jay Z

“Status” è il suo nuovo album, che prova a scardinare il mainstream senza adeguarsi ai canoni, già disco d’oro: “Per me, nella scrittura, forma e contenuto sono importanti uguale. Se non sai rappare, lascia perdere, scrivi un libro. Saper rappare è come saper suonare la chitarra o la batteria. Il rap è più simile alla poesia che al cantautorato. C’è uno studio della metrica, delle pause, dell’utilizzo della voce”. A proposito di libri, ce n’è uno che bisognerebbe leggere: “Decoded” , in cui Jay Z “spiega che cercare il contenuto esplicito e fanciullesco e banale non è la chiave del rap”. Meno pippe, insomma: “Una canzone come “In Da Club” di 50 cents non ha apparentemente contenuto, ma in realtà ha un contenuto enorme perché per tre minuti e mezzo ti senti un gallo in discoteca. E’ quello che va cercato: la capacità di emozionare. Non ‘l’Italia va male’ o ‘i politici rubano’, che sono banalità assolute”.

Ascolta Marracash live a Babylon su Radio2

Iscriviti alla newsletter di The Fever

Submit a comment