Ho provato a spiegare la radio a dei ragazzi di quindici anni

Quella di oggi è una memorabile giornata di sole. E il sole splende di più, se c’è il lago a rifletterne la luce. E’ sempre lo stesso pensiero, eppure è sempre nuovo e sorprendente; è il pensiero che faccio mentre guardo fuori dal finestrino, tornando in treno da Milano ad Arona, dove ad aspettarmi c’è la mia bellissima mamma. Mi porta a Borgomanero, al mio vecchio liceo: mi hanno chiesto di occuparmi di un laboratorio su Radio e Musica all’interno dell’autogestione studentesca, e ho accettato. Le statistiche parlano chiaro: i giovani non ascoltano la radio. Come sarà dunque parlare ai giovani di radio? Ancora non lo so e non ci resta che aspettare di essere dentro quell’aula.

Ho preparato mille percorsi nella mia testa, stanotte ho persino dormito poco. E’ sempre lo stesso pensiero, mi fa sempre lo stesso effetto: tornare dentro quelle mura sbiadite mi straccia il cuore, faccio persino fatica a non commuovermi. Eppure è rimasto molto poco di me, di noi. Gianni e l’Ornella, gli operatori scolastici che non si sono mai vergognati di farsi chiamare bidelli, e che ancora oggi sono gli idoli dei ragazzi, che li trattano come i loro migliori zii. I miei professori più cari: la prof. Vero di Educazione Fisica, così brillante e tonica, che ha sempre avuto la lucida follia di apprezzare in me le cose meno scolastiche che avevo, e che è la colpevole più indiziata della mia partecipazione; Elena Guglielmetti, la prof. di inglese atipica, da sempre aggrappata ad una idea di gioventù pura e lirica, che ci ha sempre trattato come amici e che abbiamo sempre cercato di trattare nella stessa maniera; la prof. Radaelli, a cui non credo d’aver mai dichiarato quanto l’abbia profondamente stimata, come donna e come insegnante, e che nonostante il suo impeccabile rigore mi ha sempre perdonato tutto, facendomelo però elegantemente – e giustamente – notare (“be’ tu ascoltavi molto; quando non dormivi in classe, certo”). Non c’era la mia “nemica”, la Baron, a cui auguro sinceramente di guarire presto.

Siamo abbondantemente in anticipo e con mia mamma ci fermiamo a bere un caffè in centro. Dopodiché la saluto e mi avvio, con lo zaino in spalla, verso la scuola. Voglio andarci da solo, voglio andarci a piedi. Ogni passo mi ricorda qualcosa. Non è per questo che si vive? Supero la linea di ingresso e mi fermo per qualche secondo laddove una volta c’era un gigantesco posacenere, pieno di sabbia e cicche di sigarette. Era lì che trascorrevamo gli intervalli, era lì che mi fermavo a fine scuola per vederla passare. Ora credo sia vietato fumare dentro il perimetro, eppure mi sembra in generale che fumino tutti. Salgo al primo piano, passando dalla prima rampa di scale a sinistra, quella che porta alla segreteria, all’aula docenti e al primo corridoio; incontro subito il rappresentante di istituto che coordina le operazioni, è un ragazzo sveglio e intraprendente, a cui probabilmente piace la montagna e di cui ipotizzo un passato nei boy scout; un tratto ricorrente dell’Italia #lavoltabuona di oggi. Mi porta verso l’aula in cui si terrà il mio laboratorio, e il pensiero corre a qualche anno fa – ne saranno passati cinque ormai – quando mi invitarono per fare una cosa simile.

Non so bene cosa dicessi, ma prendevo sempre un sacco di applausi. A questo giro è diverso: i ragazzi che ho di fronte non mi conoscono. Non hanno dunque alcun pregiudizio.

The legend says…

All’epoca lavoravo per Mtv, conducevo TRL, un programma di enorme successo guardato perlopiù da ragazzi in età da scuole superiori. La risposta all’epoca fu in linea con quello che era la mia popolarità da personaggio pubblico legato ad una TV leader fra i teenager; successe quello che normalmente succedeva quando andavo in mezzo ai ragazzi che sapevano chi fossi: non so bene cosa dicessi, ma prendevo sempre un sacco di applausi. A questo giro è diverso: i ragazzi che ho di fronte non mi conoscono, non conoscono il mio passato televisivo, difficilmente conoscono Babylon (il mio attuale programma su Radio 2 Rai), attribuiscono a MTV un ruolo decisamente relativo rispetto alla mia generazione, addirittura non sanno cosa sia (stato) TRL, perché non l’hanno mai visto e non ha alcun valore oggi, nemmeno in senso storico, per le loro vite. Non hanno dunque alcun pregiudizio.

La prima sensazione che provo è quella di ritrovata libertà, senza quel piacevole ma devastante peso del “ce l’ha fatta” (in provincia, in Italia, la TV questo peso ce l’ha ancora marcatissimo). Ad un secondo livello, rifletto sull’ironia che talvolta si associa al successo: artisti che in vita non hanno potuto godere dei risultati della loro opera che si trasformano – postumi – in leggende; esperienze mediatiche imponenti invece liquidate nel giro di una generazione neanche. Senza neanche una tomba su cui piangere o pisciare o porgere fiori. Rifletto su come larga parte dell’azione dell’uomo, quella fondamentalmente legata alla sopravvivenza in termini basici (il sostentamento) ma anche in termini economico-sociali (l’oliatura mediatica dei sistemi dell’industria dell’intrattenimento) sia totalmente senza senso se esclusa dal contesto e dalla sincronia. Smetto subito di riflettere perchè devo iniziare a parlare.

Di fronte a me ci sono ragazzi di prima e seconda liceo, 15-16 anni, più le mie tre professoresse del cuore. La scelta del linguaggio si fa fondamentale, perché convivono nella stessa aula generazioni molto lontane che fra loro si rapportano secondo ruoli prestabiliti: i professori e gli alunni. A o B. Con me è diverso: io non sono niente. Ed ecco la mia forza. Posso infilarmi tra le righe e inventarmi un ruolo terzo, l’importante è solo farlo bene. Entro subito nel vivo dell’argomento chiedendo ai ragazzi se conoscono la radio, se la ascoltano, come quando e perché. Con mia sorpresa, la radio è mezzo comune a tutti, alle pareti della scuola ci sono persino i manifesti di “Mi illumino di meno”, la campagna di sensibilizzazione ambientale di Caterpillar di Radio 2 (“ma certo, Cirri e Zambotti!” , mi aveva orgogliosamente sottolineato Tommaso, il rappresentante d’istituto, quando prima di iniziare avevo fatto un plauso all’adesione). Ecco un’altra fondamentale differenza rispetto all’incontro di cinque anni fa, che è poi la differenza fra i due media: non sono l’evento, la sensazione, da vedere o da criticare ideologicamente; oggi sono un laboratorio fra tanti altri, che qualcuno ha scelto e che altri invece si sono ritrovati addosso, qualcosa da ascoltare. Non ci sono risate isteriche ma non c’è nemmeno quell’eccitazione senza senso che rende tutto altamente elettrico.

Allora ero l’evento, la sensazione, qualcosa da vedere; oggi sono un laboratorio fra tanti altri.

Mi muovo in mezzo a loro e utilizzo un banco vuoto con due tavole di pongo con soggetti naturali (fiori e natura) per cercare di spiegare che cosa sia lo storytelling: dico loro che è già storytelling usare la parola “opere” per descrivere quelle tavole. E’ una semplificazione, certo, ma fa parte di un percorso.

Non voglio parlare solo io, vorrei si capisse come uno dei concetti chiave della radio sia il rapporto con chi ascolta. Decido di ribaltare le prospettive per vedere cosa succede. Individuo un paio di ragazzi che mi sembra abbiano idee più chiare rispetto ad altri. Improvviso. Fingiamo un’intervista fra un finto rocker di successo, Lorenzo di 15 anni, e un conduttore arrembante, Luca, di 18. Entrambi non sono attori, rocker di successo o conduttori navigati, forse nemmeno sono avidi ascoltatori radiofonici, tantomeno hanno mai visto uno studio radiofonico all’interno. Il risultato, come sempre quando apri i microfoni degli ascoltatori, è sorprendente: questi due ragazzi sono brillantissimi. Alla domanda di Luca, pronunciata con un enfasi accademica da professionista navigato e impomatato, “quanto ti è costato abbandonare la tua famiglia per trasferirti in Australia dove hai trovato il successo?”, Lorenzo risponde come se le cose che dice le avesse vissute veramente: “mi è costato molto, ma so che per raggiungere i miei obiettivi e ottenere ciò che sogno bisogna mettere in conto di considerare qualcosa, e anche abbandonare il proprio paese”.

E’ lì che, per la seconda volta, mi si strazia il cuore. Perché se l’inferno sono gli altri, è anche vero che gli altri possono essere invece anche il sole e l’energia. Perché a giudicare dallo stato in cui è ridotta la scuola pubblica italiana, quello che ha detto Lorenzo è più che una possibilità; forse è l’unica/ultima spiaggia. Come può un Liceo Scientifico, con tanto di sede staccata (Linguistico e Pedagogico), ricevere ogni anno la misera, ridicola e persino ironica somma di 11000 €? Come possono u-n-d-i-c-i-m-i-l-a euro bastare per centinaia e centinaia di studenti? Non ci paghi neanche le fotocopie. E’ una situazione drammatica. E, ancor peggio, iniqua; sintomatica di una diseguaglianza sociale profonda, che permette ai ricchi di istruirsi all’estero in scuole celeberrime, mentre la maggioranza degli studenti di ceto medio-basso si abitua a convivere con il degrado. Nella vernice sbiadita dei muri da decenni c’è scritto in inchiostro simpatico “studiare è inutile”. Eppure quando mi guardo attorno vedo ancora la (mia) vita. Vedo la speranza. Vedo il futuro. Vedo i volti di persone che mi hanno saputo fornire codici e linguaggi che mi hanno reso ciò che sono, li vedo continuare a farlo con altri ragazzi. Vedo che, nonostante tutto, c’è ancora qualcuno che ci crede. Beato il mondo che non ha bisogno di eroi, dannati sono coloro che non hanno la fortuna di poter essere istruiti. Belli invece siete voi ragazzi, belli come non vi ho visti mai.

Mia mamma mi riporta al treno, c’è ancora un sole meraviglioso. Guardo fuori dal finestrino e canto nella testa:

la libertà non si compera
ma la possiamo cantare

 

PS: Domenica scorsa ho voluto chiudere questa esperienza nella più giusta e appropriata delle maniere: raccontandola in radio. Trovate il piccolo bit qui, scaricando il podcast (dal minuto 53:00). Ho voluto che fossero i ragazzi a chiudere la puntata, scegliendo una canzone, un po’ come fanno gli artisti alla fine di ogni intervista track by track. L’idea che anche solo uno di loro abbia potuto scrivere al profilo Facebook del programma una cosa del genere restituisce il senso di tutto quanto. Che stia iniziando a capire i professori? D’altronde, ne ho quasi un terzo di quanti ne ha la radio, in Italia.

Un messaggio di Lorenzo, la rockstar italo-australiana...

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